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martedì 27 maggio 2014

I saw death in the eyes of the dark horse.


Capital City - 27/05/2516

Esistono sogni che sono una sequenza di pensieri collegati tra loro per fattori minuscoli in comune. Ci sono sogni dove hai il controllo, dove una parte del tuo cervello è cosciente a tal punto da permettere la guida all’interno del sogno. Ci sono sogni invece in cui sai di essere cosciente, sai di star dormendo, e ti ritrovi immobile. Sei cosciente e sei incapace di muoverti. È l’esperienza più terrorizzante al mondo, dove tutte le paure si uniscono in pochi istanti, scanditi nel tempo. Hai paura. Pensi di essere morto.

Gli incubi sono qualcosa di scientificamente utile per affrontare le proprie paure, per processare i pensieri alla quale non siamo riusciti a dare significato o prestare attenzione durante la giornata. È come se il nostro cervello avesse accantonato in un angolo centinaia di informazioni ancora da processare. Non vi è molta differenza tra questi ed i bei sogni. L’unico particolare è l’intensità emotiva di cui son carichi.

George è abituato agli incubi, li conosce bene, alcuni si son ripetuti più volte nel tempo, altri una volta soltanto.

Quando ritornò con la mente a Serenity Valley, si sentiva sicuro e preparato, non poteva aspettarsi che fantasia e realtà si sarebbero miscelati nel più terrificante dei sogni mai avuti. Indossava la tuta spaziale delle unità mediche da campo dei RedRibbon. Si muoveva per il campo base con il casco sotto il braccio per raggiungere il proprio plotone, un gruppo di uomini e donne evidenziati da quel colore sgargiante, visibile tanto di notte quanto durante giornate di tempesta o nebbia. Canarini, fu il soprannome a loro assegnato. Il capitano del plotone stava davanti a tutti, fissava negli occhi ognuno dando ordini, istruzioni e consigli su come affrontare la faccenda. George era pronto, era sicuro e preparato, sapeva cosa doveva fare.

I versi dei Mauler e dei Dragoon a distanza riempivano la valle, straziandola.

Don’t let the flock, my Canaries.

In un battito d’occhio era seduto a fianco dei suoi compagni sul lato di un thor a fissare gli occhi in quelli di Grace che ne rispecchiava la determinazione. Ognuno di loro era pronto, sicuro e preparato. 

Il thor venne fermato, i Canarini scesero a terra, i lampeggianti sulle spalle attivati, si mossero rapidi per il campo di battaglia avvicinandosi ai primi corpi, controllandone lo stato, se vi era un morto veniva segnato con dello spry sul petto una x rossa. Continuarono a muoversi fra le vittime e i feriti con l’unico obiettivo di posarsi sopra coloro che avevano abbastanza fiato in corpo per sopravvivere.

Lo scoppio delle bombe, le ripetizioni di proiettili perforanti che falciavano l’aria, ogni suono veniva tenuto lontano dalle loro coscienze, concentrati sui loro battiti per evitare di perdere la concentrazione, di cedere al terrore della guerra. Lui era chino su un Browncoat con in mano ancora il bowie macchiato del sangue di un soldato unionista, stava svolgendo il proprio lavoro, lo stava svolgendo bene, si sentiva sicuro e preparato.

Poi il sogno mutò e lui ne perse completamente il controllo.

Gli scoppi e le ripetizioni cessarono all’improvviso mentre un suono di tromba sconquassò cielo e terra. Terrorizzato, George alzò gli occhi al cielo e lo vide preda delle fiamme. Pietrificato non credette ai suoi occhi, quando dal cielo scesero sulla terra quattro cavalieri in sella a stalloni di razza dai differenti colori. Toccarono il suolo fra i soldati in preda al terrore. Il primo cavallo, dal manto di un castano rossiccio, quasi sanguigno, nitrì.

I soldati caddero in ginocchio con gli occhi sgranati e le mani portate all’addome cominciando ad urlare dal dolore fino a quando dallo stomaco delle bisce sottili e viscide scavarono la carne per uscire, e scivolare sui loro cappotti marroni.

Il secondo cavallo di un grigio polveroso nitrì e fu la volta delle giacche blu di cadere a terra. Gli arti mozzati da spade invisibili. Brevi furono le urla di dolore e sorpresa fino a quando ogni testa cadde rotolando al suolo infangato dalla pioggia e dal sangue.

Il terzo cavallo, di un bianco impeccabile ed intonso, nitrì e furono i Canarini a cadere. George si voltò per vedere i medici, i propri compagni portare le mani alla gola incapaci di respirare fino a poi tossire tutto il loro sangue nei loro stessi caschi, fu una morte lenta e dolorosa portandoli distesi a terra con gli ultimi movimenti delle membra segnati dagli spasmi.

Sentì i passi dietro di se, il terrore in ogni muscolo del corpo, le lacrime agli occhi e la gola chiusa. Il medico cominciò ad arretrare con passi scostanti per la rigidità dei muscoli delle gambe, nel vano tentativo di fuggire dal cavallo nero come lo spazio profondo privo di stelle che gli andava incontro. Cadde in malo modo, inciampato nel corpo di Grace, i palmi a terra. Riuscì solo a vedere metà del sue viso, in parte immerso nel sangue, l’espressione di terrore mista a quella di dolore dipinta sul volto.

Lo sbuffo del cavallo lo sentì sulla pelle, e quando voltò il capo verso di questi, si trovò di fronte due occhi vorticanti di un’oscurità infinita.

Urlò, urlò per il terrore e per il dolore mentre si sentiva annientato da quegli occhi, impotente ed immobilizzato dalla paura. Urlò ma non riuscì a sentire la sua voce fino a quando non si alzò a sedere sul letto, madido di sudore freddo, e percosso dai tremori. Iper-vigile, con occhi iniettati di sangue, incostanti nel sondare la stanza della casa accoglienza in cui ha preso ad abitare. La gente nei letti intorno a lui, i propri averi rimasti nella cassa ai piedi del letto.

Cadde a terra, per via delle lenzuola attorcigliate ad una gamba, cominciò a scalciare mentre i flashback del sogno cominciarono a riapparire, e l’immagine del cavallo nero fisso nei propri occhi come l’immagine di una lampadina impressa nella cornea. Raggiunse ansante e scostante la cassa, l’aprì ignorando la decenza di non creare rumore nel cuore della notte per recuperare il flacone di Zeleplon, lo stappò ne versò sul palmo della mano una dose significante, senza quasi contarle prima di buttarsele in gola restando poi a terra, in preda ai brividi con le gambe raccolte al petto, dondolando in attesa dell’effetto degli ansiolitici.

giovedì 8 maggio 2014

I saw a terrifying way.



Capital City - 2513

Si tratta di una metamorfosi.
La nostra vita.
Una continua evoluzione, un continuo cambiamento. Ci rinnoviamo continuamente ed arriviamo al punto di essere incapaci di riconoscere quello che eravamo una volta. 
Lo notiamo maggiormente quando nella nostra vita accade qualcosa di incredibilmente importante. Al punto da doverci soffermare a pensarci. Un'aggressione, un tradimento, la nascita di un figlio, la morte di una persona cara.
Il salvare una vita.

Cambiamo perchè siamo umani.
Cambiamo in base agli eventi che viviamo.
Cambiamo in base alle persone che entrano ed escono nelle nostre vite.
Cambiamo per l'amore, per l'odio ed il timore.

Non siamo altro che creta plasmata da altri, con solo poche predisposizioni genetiche come linee guida.

Nient'altro.

Esco dalla clinica come un uomo diverso, consapevole. Ho preso coscenza dei miei problemi. 
Ma non li accetto.

E solo Dio sa quanto terrore stia provando nel dover affrontare il mondo fuori da quelle quattro mura.

Mi hanno trovato un posto dove stare. Un altro dove lavorare e dove svolgere la terapia.

Ma ho paura, ho una fottuta paura.


sabato 26 aprile 2014

I see the reality of life.

 

Capital City - 2512

Ogni persona è terrorizzata dall'essere considerata anormale, diversa, strana, pazza.
Ma tutti noi viviamo in fin dei conti le stesse fasi, assaporiamo gli stessi piaceri, proviamo le stesse paure, gli stessi dolori ed abbiamo gli stessi pensieri.
Pensieri terreficanti, pensieri destabilizzanti. Pensieri che sono in grado di minare le nostre credenze, pensieri che annullano la nostra volontà o le nostre certezze, accentuandone i dubbi.
Pensiamo alla nostra morte, pensiamo alla morte dei nostri cari, pensiamo possa succedere a noi o a loro qualcosa di brutto, di devastante. Abbiamo fantasie sessuali strane, che temiamo di divulgare per paura di venir allontanati, derisi discriminati. Abbiamo istinti difficili da spiegare.
Mettiamo dei paletti, che non si limitano ad essere delle linee guida utili per il quieto vivere. Mettiamo dei paletti, dei recinti sociali. Delle regole che ci imponiamo di seguire e li tramandiamo ai più piccoli, o agli estranei ed ogni pensiero che appare in mente viene allontanato, scostato come in una folla, ed accantonato perchè, considerato non giusto, anormale. Perchè lo temiamo.
Socialmente siamo talmente repressi, talmente costretti dal non riuscire a mostrarci per quello che siamo, ci riuniamo in sottogruppi, in caste in cerchie di persone con il solo intento di trovare protezione nell'uguaglianza ed additare il diverso su cui possiamo sfogare tutta la nostra ira repressa. Un capro espiatorio.
Eppure siamo umani. 
Eppure da soli non riusciamo a vivere.

Ci alziamo al mattino come scheletri, indossiamo il nostro corpo come un vestito, ci prepariamo davanti allo specchio sorridendo ed usciamo di casa pronti a recitare. 

Non sto parlando dell'ipocrisia che dilaga nelle città, attenzione, non parlo del semplice piantarsi un sorriso in volto e fingere che tutto vada bene. Sto parlando di come la vita che viviamo non sia la realtà, non sia quello che dovrebbe essere. Di come a guardando la realtà dall'esterno, tutto ciò che ci circonda sia stato creato per rinchiuderci, imbrigliarsi e costringerci a vivere una vita imposta da altri.
Noi siamo umani e non possiamo essere quel che vogliamo essere, e quelli che si oppongono a questo pensiero vengono considerati pazzi, folli, bisognosi di terapie.

Io sono un dottore, ho visto le atrocità della guerra, i miei occhi si sono aperti, ho visto la realtà per quello che è, e non si tratta di un holofilm con la propria soave colonna sonora, non si vive di sorrisi e buone intenzioni, speranze ed obiettivi. 
Non si tratta di un romanzo che ha un inizio, un'evoluzione ed una fine.
Il cielo non è azzurro, l'aria non è fresca.
Il cielo è grigio e l'aria è tagliente.
La vita, la realtà è sempre la stessa.
Nasciamo dal desiderio di qualcuno, viviamo costretti in forme imposte, troviamo qualcuno con cui passare la nostra vita per non sentirci soli, una vita falsa, impossibilitati a presentarci per quello che siamo, per poi inesorabilmente morire nella solitudine del nostro letto, o sul campo di battaglia.

Mi considerano pazzo, perchè non vivo come desiderano.
Mi considerano pazzo perchè non penso come pensano gli altri, perchè non penso vorrebbero, come si dovrebbe.

Dicono che sono depresso perchè penso solo a cose violente, orribili e disturbanti, perchè secondo loro non sono in grado di pensare alle cose belle della vita.
Se sapessero... 
Io bramo le cose belle della vita, bramo il poter essere me stesso fra gli altri.
Desidero così ardentemente poter alzarmi la mattina col sorriso sulle labbra, esercitare la professione che amo, circondarmi di persone amate. Bramo il poter trovare la donna o l'uomo con cui poter passare la mia vita, con cui svegliarmi ogni mattina e coricarmi ogni sera. Il godermi ogni attimo di beatitudine, anche semplice come il sdraiarsi su un prato appena tagliato o immergersi nell'acqua fresca di un fiume.

Ma ho visto l'orrore della vita, ho aperto gli occhi e la mia mente non può più ignorare la realtà dei fatti.

Eppure pagherei per avere la vostra ignoranza, la vostra miopia, pagherei per ritornare ad essere quello stupido ed illuso ragazzo incapace di vedere le costrizioni e la morte dietro ogni angolo.

Siamo umani.