Visualizzazione post con etichetta Lelaine Blackwood.. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Lelaine Blackwood.. Mostra tutti i post

lunedì 5 maggio 2014

A life without purpose is useless.

Capital City - 2513

Nella City ogni professione ha la sua cerchia di intellettuali. Persone scelte fra le menti più fini, salotti dove le discussioni si evolvono e possono portare a risvolti pratici ed influenzare la vita dell'intera popolazione dei mondi centrali. In molti a Capital City reputano sia più importante, fra i vari salotti, quello Politico, dove la stessa Shepard ha preso parte prima di ricoprire la carica di Presidente. Ma chi vi partecipa sa che la vera cerchia in grado di muovere gran parte dell'economia dei Core Worlds è quella dei Medici. Che siano Chimici, Chirurghi, Farmacisti o Teorici, riunendosi nei loro salotti sono in grado di portare le discussioni mediche ad alti livelli, possono prendere decisioni che possono smuovere l'economia per la scelta dei medicinali da produrre o meno, i prezzi da imporre sul mercato, o le ricerche da divulgare per migliorare le condizioni di vita dei popoli dei mondi esterni. I Medici sono in grado di muovere e rigirare il 'Verse con molta facilità. Nel 2512, sulle bocche dei vari partecipanti del Salotto Medico, cominciò a prendere posto il nome di Abe Stone, Medico Rimmer nonchè debellatore di un epidemia di fuoco di Saint Miguel a Richleaf ed anche se gli venne concessa una Laurea ad Onorem dall'Università della capitale, per molti medici dei mondi centrali, veniva considerato ancora "un semplice Rimmer".

La visita alle varie strutture mediche della capitale, fu uno dei privilegi concessi dalla stessa Università, per permettere al Promettente rimmer di osservare i vari laboratori, le strutture costosissime ed i vari reparti. Una sorta di "dito nella piaga" per insinuare come i Corer possiedano i mezzi per fare qualsiasi cosa, a differenza dei Rimmer.
Fu nella struttura Psichiatrica di Capital City che il Medico si fermò per più tempo e dove, grazie alla collaborazione della Dottoressa Blackwood, si aggiornò sui vari pazienti in cura, per apprendere il trattamento imposto dalla struttura medica, le evoluzioni delle varie sperimentazioni e le analisi dei relativi medici.

- George Russell, ventitrè anni, uomo, caucasico, originario di Capital City. Internato per un esaurimento nervoso sfociato in patologie quali: Stress post-traumatico, Sindrome del sopravvissuto ed Acluofobia. Residente presso la struttura da un anno ormai. Qualche progresso?

Chiese con fare professionale verso la bionda seduta sulla poltrona a lui davanti. Accavallando le gambe e risistemandosi la cartelletta, osservò la foto del paziente.

- Il paziente si è mostrato per la maggior parte del tempo collaborativo durante la terapia. 

- Per la maggior parte? Se ha rifiutato la terapia sarebbe una reazione comune e comprensibile.

- Ci sono stati alcuni episodi in cui il paziente ha preferito mettersi sul mio stesso livello, come medico, per discutere del suo stesso caso clinico o rivoltare le domande in modo da ottenere risposte ed informazioni, quasi volesse analizzarmi.

- Come se stesse stilando una sorta di anamnesi?

- Precisamente.

Il medico riportò lo sguardo sulla cartelletta osservando con attenzione i vari rapporti scritti dalla donna.

- Che impressione si è fatta del soggetto?

- Russell è... un paziente singolare in effetti. Durante le sessioni è stato difficile riuscire a determinare correttamente il suo profilo psicologico. A volte vorrebbe essere il medico in grado di guarire chiunque, in grado di combattere ogni malattia, accettando la vittoria come solo risultato...

- Come tutti noi medici del resto...

- A volte cade in depressione, non riesce a determinare uno scopo sensato, ideale o coerente che possa permettergli di vivere.
Lo sguardo chiaro della dottoressa si fissò sull'espressione pensosa dell'uomo, osservandolo con attenzione quasi stesse analizzando un nuovo paziente.

- Uno scopo...

- Russell, ritiene che vivere una vita senza realizzare qualcosa di concreto, senza creare un beneficio o rendere migliori le situazioni di vita di altri non abbia senso. Vivere soltanto per vivere la giornata, equivale ad essere un essere comune, una nullità a detta sua. 

- Un po' superbo da parte sua.

- Forse. Ma non è forse quello che tutti noi aspiriamo durante la nostra adolesceza?

Il dottor Stone rialzò lo sguardo sul volto della bionda, inarcando un sopracciglio nel sentire la sua risposta, curioso per il tono utilizzato dalla stessa.

- Noto che il caso le interessa particolarmente.

- ... Russell è un paziente singolare ma non ritengo che sia da affiancare agli altri pazienti. Non è...

- Al loro livello? Eppure ha reazioni parecchio estreme.

- Alcuni lo considerebbero passionale per questo.

- Alcuni o lei dottoressa?

- Ritengo che il paziente sia insoddisfatto dalla sua vita, che abbia accettato di arruolarsi per ricercare uno scopo da perseguire nella sua vita, e notando come la guerra crei più danni che condizioni favorevoli alla vita, si sia sentito tradito dal mondo stesso in cui ha vissuto, scoprendo come la realtà presentatagli sia una mera bugia. Russell aspira a qualcosa di grande, ama il suo lavoro, crede profondamente nel giuramento che ha prestato, di salvare ogni vita possibile, ad ogni costo, indipendentemente delle sue stesse condizioni di salute. A mio avviso dovremme essere dimesso, rientrare nel mondo reale e ricercare in questo, la sua strada.

Il silenzio prese posto alle parole della dottoressa Blackwood. Il dottor Stone continuò a sfogliare la cartelletta del paziente prendendosi tutto il tempo esistente, come se si ritrovasse in un laboratorio, davanti al microscopio adanalizzare l'evoluzione e la diffusione di un agente patogeno.

- Comprendo il suo punto di vista dottoressa e mi piacerebbe assistere alla presentazione della sua richiesta di rilascio alla commissione medica. Penso che il paziente sia interessante, anche se per condividere la sua valutazione dovrei comunque avere modo di esaminare il soggetto in prima persona.

- Quando è disponibile ad incontrarlo?

Il rimmer alzò nuovamente il capo, la fronte corrugata per la sorpresa ed il sospetto.

- Anche subito Dottoressa Blackwood.

lunedì 21 aprile 2014

I don't know what I should do.

Capital City - 2512

Passai un paio di giorni nell'infermeria della clinica, per esami ed accertamenti dopo il pestaggio subito. A quanto pare le ferite superficiali non erano gli unici danni subiti. Riscontrarono un lieve trauma cranico e non volevano sottovalutarlo. Gli antidolorifici aiutavano parecchio e per la maggiorparte della degenza vissi quell'esperienza come una benedizione. La mente era offuscata, dormivo per la maggiorparte del tempo ed il contatto con le persone era ben limitato al personale medico.
Quando uscii da quella stanza... fu come strappare un cerotto su una ferita ancora in via di guarigione, sensibile ed ancora dolorante.
La dottoressa Blackwood non attese molto prima di riprendere le nostre sessioni. Mi attese all'interno della stanza seduta sulla poltrona in un bell'abito azzurro e camice bianco. I soliti convenivoli e di nuovo prese a porre domande.

- Qual'è il ricordo più importante che hai della guerra?

- Della guerra?

- Esatto.

- La campagna di sensibilizzazione Unionista per la chiamata alle armi.

- La campagna? Parli dello slogan?

- Si...

- La maggior parte dei soldati rientrati riporta ricordi devastanti riguardo i compattimenti, la morte di qualche compagno, la caduta delle bombe, i fischi dei proiettili e le urla.

- Questo dovremme farmi sentire diverso?

- Lo siamo tutti a nostro modo.

- Ma ha appena detto che gli altri soldati riportano ricordi differenti riguardo le atrocità della guerra, sta intendendo che non sono un soldato? Che sono differente da loro?

- Stai rigirando la terapia. Sono io il medico in stan...

- Anche io sono un Medico!

Aveva uno sguardo determinato, e solido tanto quanto la sua postura. Quelle iridi chiare si erano fissate su di me, penetrando il mio sguardo che non voleva calare, perchè pareva un affronto o un confronto, e mi ritrovai a non poter mollare. Ma non era lo sguardo il problema quanto il silenzio. Il lungo silenzio che riempì la stanza come se la dottoressa avesse preferito testarmi silenziosamente per lasciarmi la libertà di sfogare la frustrazione ed il nervoso che mi dominava o forse semplicemente lasciare spazio alle mie emozioni per comprendere al meglio il caso.

- Non dice niente?

- Cosa preferiresti che ti dicessi, George?

- Qualunque cosa. Dica qualcosa, non stia li semplicemente in silenzio a far passare il tempo.

- Non hai combattuto.

- What?

- Non ti sei difeso, con O'Malley.

- I'm a Doctor!

- Lo so bene. Eppure non hai combattuto, ti sei lasciato sopraffarre senza il minimo di esitazione, ti sei lasciato colpire senza alzare un dito, perchè?

- Perchè sono un Medico!

- Continui a ripeterlo ma...

- Ho prestato un giuramento Dottoressa Blackwood. Un giuramento che ho intenzione di mantenere.

- Questo lo capisco, ma anche i medici se minacciati reagiscono per sopravvivere. Ma tu no, non ti sei difeso.

- Nel giuramento è scritto che non possiamo fare del male a nessuno.

- Quindi ti sei lasciato colpire solo per mantenere fede ad un giuramento.

- Esatto.

- Io credo che tu l'abbia fatto per aiutare O'Malley ad affrontare il suo problema. Tutti in passato lo hanno affrontato, tutti hanno tentato di salvarsi combattendo con lui, ma tu no. Tu sei rimasto immobile senza alzare un dito perchè sapevi che aveva bisogno di ritrovarsi ad affrontare se stesso.

Ci fu un altro lungo silenzio in cui la dottoressa non distolse lo sguardo neanche per un secondo, un lungo momento in cui aspettava una qualche mia reazione, sperava forse in una risposta o forse era lo stesso mio silenzio ad essere la risposta di cui necessitava. Lei si appuntò qualcosa sul pad quando distolsi lo sguardo sulla finestra.

- In quello scontro O'Malley non stava affrontando George Russell che si rifiutava di combattere, in quello scontro O'Malley stava affrontando se stesso che era incapace di reagire alla sua disfatta, perchè fino ad allora avava sempre affrontato un O'Malley rancoroso e desideroso di combattere. 

- Se lo dice lei...

- Stavi cercando di salvarlo?

- Non dovevamo parlare dello slogan?

- Come preferisci. Perchè lo slogan è il ricordo più importante che possiede della guerra?

- Perchè... Faceva delle promesse. Parlava di patriottismo, di proteggere la propria terra, la propria famiglia. "Uniti sotto la stessa bandiera non siamo una comunità, siamo una famiglia e non ci si può permettere di lasciar morire un familiare senza provare a difenderlo." Ero un idiota... non sapevo cosa realmente volesse dire. Pensavo di poter fare del bene, di poter fare la differenza, di cambiare le cose, la situazione, la vita di qualcuno. Credevo che scendere sul campo di battaglia mi avrebbe permesso di essere un...

- Un eroe?

- Qualcosa del genere.

- Eppure lo è stato. Ha ricevuto un encomio per il suo operato. Ha salvato molte vite a quanto mi risulta.

- Come ogni altro medico presente dottoressa.

- Quindi sperava di diventare superiore ai normali medici che l'affiancavano?

- Io...

- Eccome come stanno le cose, George. Anticià unendo le mani e sporgendosi in avanti per accorciare le distanze. Sei un ragazzo giovane che ha sempre desiderato di mettersi alla prova, di dimostrare alla propria famiglia ed ai bulli che l'hanno schernita in passato di essere superiore a loro di essere inarrivabile per la comune gente, ed ha compreso che chi meglio di un un medico può essere considerato al pari di un eroe?

- Lei...

- Ma noi medici non siamo degli eroi. Non siamo dei santi ne tantomeno delle divinità. Siamo esseri umani come tutti gli altri. Se ci tagliamo, sanguiniamo. Se ci sparano al cuore, moriamo. Se affrontiamo delle situazioni terribili ne rimaniamo shockati. Non siamo eroi, non siamo esseri invicibili, siamo persone comuni che hanno dedicato la loro vita alla scienza, alla conoscenza ed al curare le altre persone comuni. E questo, questo è un fatto con cui hai dovuto fare i conti in prima persona.

- ...

- Devi comprenderlo George. Tu non sei un eroe, le vite di tutte le persone che ti stanno attorno non dipendono da te e non puoi salvare qualcuno se prima non pensi a salvare te stesso. Per salvare qualcuno, devi restare in vita.


venerdì 18 aprile 2014

I see a reason to live, because I took an oath.

Capital City - 2512

Quando ci ritroviamo in situazioni di rischio agiamo d'istinto, cedendo il possesso del nostro corpo ad una parte di noi sconosciuta. Lo cediamo ad una parte animale che prende decisioni al nostro posto, che sa se e quando combattere o scappare. Solo quando la situazione di pericolo termina, ritorniamo a noi stessi in stato confusionale. Può accadere durante un'aggressione, o trovando la persona amata a letto con qualcun'altro e scattare verso di loro aggredendoli, o peggio... Ritorniamo in noi quando quella parte animale che ha preso il sopravvento sa di aver terminato il proprio lavoro, ci ritroviamo incapaci di comprendere cosa sia accaduto realmente ed il perchè delle nostre azioni. Riusciamo solo ad accampare delle scuse, non sapendo il perchè della propria reazione. L'unica cosa che sappiamo fare è accampare scuse e dire: "è accaduto tutto troppo velocemente."

Quello che accadde in clinica non avvenne rapidamente. Ricordo ogni singolo secondo, ogni parola, ogni battuta sarcastica, ogni spinta ed ogni pugno.
Christopher O'Malley, ex Leutenant della Omega Force Unionista. Centoquindici chilogrammi per un metro e novantanove centimetri. Carnagione chiara, occhi azzurri, pizzetto e capelli arancioni. Ha ricevuto encomi e medaglie per aver portato a termine numerose missioni durante la guerra. Si diceva fosse il migliore e si vociferava che non esistesse nemico che lui non fosse in grado battere. Ma una volta ritornato a casa dovette fare i conti con un nemico diverso e si rese ben presto conto essere il più difficile da sconfiggere. Se stesso. 
Durante un litigio quasi strangolò sua moglie in una attacco d'ira causato da quello che in gergo medico viene chiamato PTS: Post-Traumatic Stress. Venne arrestato ma non venne accusato riuscendo ad evitare la prigionia grazie alla sua precedente condotta esemplare. 
Venne spedito qui in clinica, ma un militare non sa comportarsi con diplomazia, quantomeno non gli assaltatori come O'Malley. Il profondo senso di supremazia dominava l'ex tenente, il quale nei giorni buoni cercava di instaurare legami con comportamenti tipici del cameratismo, mentre nei giorni meno buoni cercava un obiettivo da deridere e schernire fino a provocare in questi una reazione fisica che avrebbe portato ad uno scontro in piena regola.
Capisco il perchè di tale atteggiamento a livello clinico. Non lo accetto a livello umano.
Arrivò il mio momento. 
O'Malley iniziò lentamente, con qualche battuta sul tipo di diagnosi assegnatami. Proseguì attaccando il mio passato, puntando sul fatto che non tutti fossero adatti per vivere sul campo di battaglia. Passò molto rapidamente allo schernirmi puntando sull'aspetto sessuale per poi aggiungere insulti sull'aspetto fisico. Benchè capissi la motivazione alla base delle sue azioni, decidi di non reagire. Inoltre vuoi per i farmaci, vuoi per le notti insonni, vuoi per i troppi pensieri che mi affollano costantemente la mente, che mi tormentano e che consumano la maggiorparte delle ore della mia giornata, non avevo ne la forza ne il desiderio di affrontarlo.

Ma arrivò comunque al contatto fisico. Per avere una reazione da parte mia, mi colpì un orecchio. Scattò qualcosa. Qualcosa di differente dall'istinto animale che porta l'animale a combattere o fuggire. 
Mi alzai.
Lo fronteggiai.
Ma restai immobile.
Questo diede il via al pestaggio, anche solo l'essermi alzato venne preso come affronto e di conseguenza un giusto pretesto.
Venni picchiato più volte alla testa, zigomi, labbra, fronte. O'Malley aveva una particolare predilizione per il mio viso, passò successivamente all'addome costringendomi a terra per poi ritrovarmelo addosso ed attaccare nuovamente. E ad ogni pugno che tirava, ogni ringhio o sputo lanciato, continuava a chiedermi di affrontarlo, di reagire aumentando la rabbia che lo dominava.

Per tutto il tempo del pestaggio non mi resi effettivamente conto di quello che stava accadendo nella stanza. Alcuni pazienti gridarono, altri si ritrassero raggomitolati negli angoli a piagnucolare, e presto scattò l'allarme ed accorsero gli inservienti della clinica. Ce ne vollero tre per bloccare O'Malley ed uno per iniettargli il sedativo.
Restai a terra ad osservare solo una parte del pavimento, prima di sentire le dita sottili ed il tocco freddo delle mani della dottoressa sul viso, intenta a voltarmi il capo per esaminare il mio stato ignorando le mie mani che si muovevano nel vano e debole tentativo di allontanarla.

- I'm... I'm fine...

- George? Stai fermo potresti avere un trauma cranico.

La voce era ferma asettica ed imperentoria, fredda come l'acciaio di un bisturi affilato. Mi concentrai sull'espressione del suo volto, ferma e rigida con occhi fissi ed appena sottili verso i mei, mentre controllava i riflessi pupillari con l'ausilio di una torcia.

- Avresti potuto quantomeno difenderti, George.

Sibilò con apparente nervosismo.

- No, non potevo.

Le mani della dottoressa smisero di controllare lo stato delle tumefazione ed uno sguardo serio ed interrogativo apparve sul suo volto mentre le vidi irrigidire la mascella. Il quel momento credetti pensasse ad un mio tentativo di suicidio.

-Why not?

- I swear by Apollo, the healer, Asclepiu, Hygieia, and Panacea, and I take to witness all the gods, all the goddesses, to keep according to my ability and my judgment, the following Oath and agreement:

Iniziai fissando lo sguardo nei suoi occhi con la stessa identica determinazione nello sguardo utilizzato dalla dottoressa.

- To consider dear to me, as my parents, him who taught me this art; to live in common with him and, if necessary, to share my goods with him; To look upon his children as my own brothers, to teach them this art; and that by my teaching, I will impart a knowledge of this art to my own sons, and to my teacher's sons, and to disciples bound by an indenture and oath according to the medical laws, and no others.

Un inserviente si avvicinò alla dottoressa chinata vicino a me chiedendo cosa stessi blaterando, se fossi completamente ammattito, per poi fermarsi quando Lelaine alzò il palmo della mano con fare imperentorio interrompendo quelle domande ora inutili e fastidiose.

I will prescribe regimens for the good of my patients according to my ability and my judgment and never do harm to anyone. 

Quando marcai con forza quelle ultime parole, la dottoressa Blackwood cominciò ad osservarmi con occhi diversi e mentre continuai a pronunciare quelle parole, parole che ogni medico conosce a memoria da dopo la laurea, la stessa Lelaine seguì il mio esempio, cominciando a pronunciarle insieme a me.

- I will give no deadly medicine to any one if asked, nor suggest any such counsel; and similarly I will not give a woman a pessary to cause an abortion. But I will preserve the purity of my life and my arts. In every house where I come I will enter only for the good of my patients, keeping myself far from all intentional ill-doing and all seduction and especially from the pleasures of love with women or men, be they free or slaves. All that may come to my knowledge in the exercise of my profession or in daily commerce with men, which ought not to be spread abroad, I will keep secret and will never reveal. 

Non servirono altre parole per spiegare all'inserviente cosa stessi pronunciando, quando si rese conto infatti, lo sguardo divenne serio, concentrato sul mio, determinato e sulle parole che continuavano ad uscire dalle mie labbra.

- If I keep this oath faithfully, may I enjoy my life and practice my art, respected by all humanity and in all times; but if I swerve from it or violate it, may the reverse be my life. 
I could not defend myself, I could not attack him, because I'm a doctor!

giovedì 20 marzo 2014

I see everything.


Capital City - 2512
Ogni essere umano ha la falsa credenza di essere l'unico essere vivente al mondo, il protagonista della storia. Crediamo di essere unici, speciali e viviamo con la convinzione che non ci accadrà mai niente di brutto. Viviamo di sogni, progetti e speranza, creandoci un mondo fittizio in cui voler vivere.
Non è così.
Quando scoprii per la prima volta tutto questo, ero terrorizzato ed arrabbiato. Non capivo, non ci riuscivo, non immaginavo potesse mai succedere una cosa del genere, non immaginavo che la mia vita potesse cambiare in questo modo. Ma poi, ogni giorno che passava, in me cresceva lo strano desiderio di mantenere quello stato di disperazione, insicurezza e paura.
Viviamo, ma non sappiamo realmente cosa ci rende vivi. 
Sono le emozioni forti quelle che bramiamo. 
L'amore, l'odio, l'ira, la paura e la disperazione. 
Sono queste emozioni che ci fanno sentire vivi.
Tutto il resto è un semplice contorno: l'alzarsi la mattina, lavorare, instaurare rapporti sociali, leggere, scrivere, mangiare o guardare un bel film. 
Cerchiamo le emozioni forti per poterci sentire vivi.
Credo sia tutta colpa dell'adrenalina.

- Ora è il paziente, o il dottore che sta parlando?

Credevo che gli psicologi facessero domande poste per portare il paziente all'autodiagnosi.

- Ogni dottore è differente ed utilizza sistemi differenti per la cura dei propri pazienti.

Non rispettate le regole che si trovano nei manuali, Dottoressa.

- Stiamo parlando di te, George. Allora, l'adrenalina, giusto?

Ha mai affrontato un incidente d'auto? No? Io si. Ero giovane, ed inesperto. Dopo lo scontro ero bloccato con le gambe sotto al volante, ma riuscii a liberarmi per poi uscire dall'auto fumante. Mi sdraiai a terra, e benchè il caos infuriava attorno a me, non potevo fare a meno di guardare il cielo. 
Era così azzurro.

- Questa è una risposta normale dell'organismo, l'adrenalina accentua tutti i sensi.

Lo so bene, Dottoressa. Era l'adrenalina, ed era bellissimo, mi sentivo vivo. 
Non capisco perchè la gente continui a chiamare la depressione con il soprannome di "Mal di vivere." 
Credo sia una sciocchezza. 
Noi vogliamo vivere.

- Voi?

Noi.

- Quindi non vuoi farti... del male?

Suicidarmi? No. Non voglio farlo, mi fa paura. Anche solo pensarlo.

- E la paura è un sentimento forte.

Esatto.

- E ci pensi ancora perchè, l'avere paura ti fa sentire vivo?

Immagino di si. 
Voglio solo... essere felice. Ignorare tutto questo, ritornare come prima e.... essere felice.

martedì 11 marzo 2014

I see a horrible life. My life.


Capital City - 2512
Quando riprendi conoscenza, dopo aver sostenuto un'operazione chirurgica, devi fare i conti con l'anestesia.
Io non ho subito nessuna operazione, ma dovetti comunque farci i conti.
Se tali sostanze non fossero ideate per mantenere calmi i pazienti, al loro risveglio, impazzirebbero. 
Perchè non riprendi subito conoscenza. 
Non ci si risveglia come da un sonno profondo. 
Si ha un'acquisizione progressiva dei sensi.
Sembra di essere morti, ma coscenti, in balia degli altri, incapaci di reagire.
Quasi un esperienza di morte.

Il primo è l'udito. Si può solo sentire senza riuscire a muoversi, le palpebre sono incollate fra loro e per quanta forza si possa usare nel cercare di aprirle, risulta impossibile farlo. Come per le labbra.

È terrificante.

Come prima cosa sentii il brusio delle voci, ovattate ed in lontananza.
Lo scatto di una serratura.
Il suono dei passi, scanditi dal ticchettio prodotto dai tacchi.
Il rumore prodotto dal tessuto in movimento.
Una sedia spostata.

Seguì l'olfatto. Un profumo. Di certo femminile, delicato e credo esotico. Uno di quei profumi scelti dalle donne di un certo rango sociale, che hanno appreso fin da piccole a non esagerare nel metterlo, puntando sulla qualità piuttosto che sulla quantità.

Successivamente il tatto. La maglia, o qualsiasi cosa avessi addosso venne alzata e sentii distintamente lo stetoscopio gelido contro la pelle, mentre la dottoressa auscultava il suono dei miei polmoni. Lo spostava, dopo un paio di respiri, controllava sia le parti superiori che quelle inferiori dei polmoni. Si soffermò per più tempo all'altezza del cuore, ed inconsciamento appresi come stesse controllado il battito cardiaco nel tentativo di constatare se fossi coscente o meno grazie al ritmo.

- Buongiorno, Mr Russell. Sono la Dottoressa Blackwood. So che è cosciente anche se non è in grado di rispondermi, ma non ha nulla da temere, presto smaltirà completmanete l'anestesia.

Aveva una voce tranquilla, quasi un balsamo, in grado di calmare ogni spirito agitato. Il tono era pacato, giusto, conforme al compito che stava svolgendo in quel momento: accompagnare un paziente verso il risveglio.

- Ha avuto un esaurimento nervoso Mr Russell, e sono qui per esaminarla riguardo la sua salute.

Disse ricoprendomi. Qualcosa mi fece sorridere interiormente, nel constatare come la gentilezza della dotteressa fosse tale da non specificare quale tipo di salute. Ma evidentemente non era solo un sorriso interiore quello che sentivo.

- Sta sorridendo, bene. Sta smaltendo le droghe assunte. Immagino non ricordi quello che è accaduto durante gli esami medici di routine al rientro dal fronte. Lei ha urlato, insultato, distrutto alcuni beni ed aggredito del personale della struttura. Ha creato qualche problema ma nessuno è rimasto ferito... gravemente.

Ero confuso e non capi subito quello che stava riferendomi. Riuscii solo dopo parecchi tentativi ad aprire gli occhi, ma di poco, riuscendo a vedere solo uno scorcio di realtà. Incontrai gli occhi chiari ed imperscrutabili della donna, mi concentrai su questi mentre dalla profondità della mia memoria riaffioravano i ricordi. Mi aggrappai ad essi. Neanche fosse l'angelo in grado di impedirmi di affondare nell'inferno. 

Devo aver cambiato espressione o fatto qualcosa perchè il suo sguardo, dapprima fermo e professionale ebbe un fremito. Vidi avvicinare quegli occhi premurosi, e sentii il tessuto morbido di un fazzoletto tamponarmi gli occhi. 
Degluittii a fatica e mi accorsi di avere la gola stretta dal groppo, il respiro smorzato e le lacrime agli occhi.
Riuscii a voltare il capo dalla parte opposta e strinsi gli occhi con forza come un bambino mentre con il risveglio ed il recupero dei sensi, anche il tormento interiore riprendeva piede.

- Risolveremo tutto Mr Russell. 

La stretta gentile della sua mano sulla spalla.

- Risolveremo tutto George, te lo prometto.

Volevo crederci. 
Lo volevo davvero, come volevo ritornare ai giorni in cui non ero coscente di come fosse realmente vivere. Volevo ritornare ai giorni in cui non sentivo costantemente un peso nel petto, in cuoi riuscivo a respirare liberamente. Volevo ritornare ignorante, stupido. Volevo vivere come uno di quegli ignoranti agricoltori del rim, troppo impegnati per pensare alla depressione.
Volevo morire, ma volevo allo stesso tempo vivere.
Velevo l'ignoranza per poter essere felice.
Non sapevo ancora che quello sarebbe stato il primo giorno di un lungo viaggio.